di Silvia Pagliuca

Alla fine ha ceduto anche Starbucks. Il gigante del caffè a portar via, per provare ad arginare le perdite (sostanziose) nell’area europea, ha deciso di abbracciare la formula del franchising. Un workshop di tre giorni ad Amsterdam per apprendere quante più cose sulle tecniche di tostatura del caffè e il gioco è (quasi) fatto.

Lunedì: Quanto mi costa?

L’investimento iniziale in media si aggira intorno ai 30-40mila euro ma può arrivare anche a cifre molto più alte, a seconda del brand al quale ci si affilia.

A ciò va poi aggiunto il costo di affitto dei locali (un punto vendita va solitamente tra i 40 e gli 80 mq e sarà bene scegliere accuratamente la posizione, privilegiando zone molto frequentate come i centri commerciali), l’arredamento (alcuni franchisor scelgono di sostenere tutte le spese per arredi e attrezzature, girandoli in comodato d’uso gratuito all’affiliato senza royalties o percentuali sull’incasso), costi di gestione (personale, spese per aperture domenicali e giorni festivi), contributi sui servizi pubblicitari, di formazione o sui materiali di comunicazione; le royalties richieste dalla casa madre, il cui ammontare varia in base al contratto (si tratta in pratica del canone che il franchisee verserà al franchisor in cambio del supporto tecnico, commerciale, gestionale e informativo, preziosissimo per il successo dell’attività.)

Ancora: il contributo d’ingresso, o Fee, non sempre richiesto ma comunque da considerare. Prima di scegliere, bisognerà valutare attentamente il peso economico complessivo dell’iniziativa perché sarà possibile incontrare royalties basse ma poco performanti e viceversa.

Leggi l'intero articolo alla fonte: Corriere della Sera